MICHELE ARDITOMaestro d'arte
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  • Un Gianni Valenzano giovane mentre dipinge

    Figure della terra N. 1

    olio su tela, cm 100 x 120

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    Michele Ardito, Figure della terra N. 2, olio su tela, cm 100 x 120

    Figure della terra N. 2

    olio su tela, cm 100 x 120

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    Michele Ardito, Gente all'aperto N. 1, olio su tela, cm 60 x 80

    Gente all'aperto N. 1

    olio su tela, cm 60 x 80

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    Michele Ardito, Gente all'aperto N. 2, olio su tela, cm 60 x 80

    Gente all'aperto N. 2,

    olio su tela, cm 60 x 80

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    Michele Ardito, Battaglia, olio su tela, cm 100 x 120

    Battaglia

    olio su tela, cm 100 x 120

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    Michele Ardito, Coppia, olio su tela, cm 100 x 80

    Coppia

    olio su tela, cm 100 x 80

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    Michele Ardito, Paesaggio, olio su tela, cm 40 x 50

    Paesaggio

    olio su tela, cm 40 x 50

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    Michele Ardito, Paesaggio in rosso, olio su tavola, cm 40 x 50

    Paesaggio in rosso

    olio su tavola, cm 40 x 50

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    Michele Ardito, Figure bianche, olio su tavola, cm 60 x 80

    Figure bianche

    olio su tavola, cm 60 x 80

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    Michele Ardito, Madre della montagna

    Madre della montagna

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  • Biografia

    Pittore autodidatta, Michele Ardito ha avuto al suo attivo innumerevoli mostre personali e collettive in Italia e all'estero ed è stato presente a diverse edizioni di Expo Arte di Bari. Ha partecipato sia come organizzatore che come componente di giuria in varie manifestazioni culturali e premi di pittura, poesia e narrativa ; ha diretto per un decennio la Galleria Michelangelo di Bari e successivamente la Bottega d'Arte N. Carenza; infine, con l'amico e collega Peppino Signorile, fondò e diresse la Scuola d'Arte G. De Nittis di Bari.
    Ha collaborato con riviste specializzate offrendo i suoi disegni e scritti critici. Ha illustrato libri d'autore tra i quali La casa delle donne di Maria Marcone e Naufragio dell'essere di Rossella Lovascio. Della Lovascio ha illustrato i racconti pubblicati sul quotidiano Puglia e di Anna Sciacovelli il volume Bari che scompare.
    Della sua attività si sono interessati quotidiani e riviste specializzate tra cui La Gazzetta del Mezzogiorno, Puglia, Il Messaggero, Il Mattino, La Repubblica, Il Tempo, Pensiero ed Arte, Piazza Navona e Barintasca.
    Hanno scritto di lui : Michele Calabrese, Michele Campione, Vito Caringella, Michele Damiani, Gustavo Delgado, Pietro De Giosa, Anna D'Elia, Massimo Grillandi, Luigi Guerricchio, Rossella Lovascio, Maria Marcone, Raffaele Nigro, Giuseppe Schito, Giuseppe Signorile, Manlio Spadaro, Gino Spinelli, Lello Spinelli, Enzo Varricchio, Marcello Venturoli, Donatella Vox.

    Il Maestro Ardito (al centro) assieme al critico d'arte Cracas e al pittore Aldo Citelli in una elaborazione grafica di Leonardo Basile

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  • Recensioni

    "Che frastuono nei quadri di Michele Ardito, una fanfara di colori, il premiato corpo bandistico dei tubetti e dei pennelli. Immagino il pittore che strizza i contenitori come si fa col dentifricio nuovo, semina vermiciattoli policromi e li spalma, li accarezza, li cosparge nel perimetro delle melanzane, delle cipolle, dei peperoni, oppure sui volti appassiti delle donne, su quelli combattivi dei contadini o dei briganti. Nomen est omen, il nome è l'oggetto che rappresenta dicono i nominalisti. Nel senso che Ardito, un uomo gioviale e allegro ma anche spontaneo e naif e che a vedersi pare scappato da una tela di Xavier Bueno, è Ardito di nome e di fatto. Uno che sta bene nel proprio studio a dipingere, ma altrettanto a suo agio si sarebbe trovato centocinquant'anni orsono su un cavallo, col trombone o con un archibugio ad armacollo.

    E archibugi cavalli coltelli cappellacci erano fino a poche tele fa i suoi fantasmi, quando la memoria storica e mitologica della Basilicata, dove Michele è vissuto a lungo e dove non si fatica molto a scoprire che ha lasciato parte di sè, quando quella memoria veniva ad infiammare la sua mano. E' che della propria infanzia si resta prigionieri tutta la vita.

    I racconti del vicolo sono venuti a riempire la fantasia di quest'uomo, sono tornati a più riprese le leggende di Crocco, di Caruso, di Coppa e di Ninco Nanco, in stuoli di cavalli e cavalieri, in storie di orchi e di megere, in storie di occupazioni di terre e lotte per un riscatto comune, o in vicende più quotidiane e meno epiche, la difficile quotidianità della miseria. Molta parte della vita di Rocco Scotellaro, attraverso la mano greca e arcaica di Carlo Levi si è riproposta nel crogiuolo illustrativo di Ardito, che ha rappresentato a più riprese gli anni dell'indigenza e tuttavia della felicità giovanile. Si viveva di niente e si cercava tutto, sembrano raccontarci donne dallo sguardo malinconico e le gramaglie del lutto, inabili e invasati che hanno nei tratti e negli occhi l'allucinazione di Ligabue, ma forse quel niente bastava.

    Ci sono pittori urbani e pittori di campagna, uomini che rincorrono tutta la vita in un habitat ideale. Ardito vive in pittura un luogo che non è mai l'ambiente borghese nel quale si trova a soggiornare.

    E' un pittore pre-urbano, innamorato delle colline e delle pianure, innamorato dei calanchi, delle montagne. Questo amore è espresso attraverso una carica violenta, fatta da toni accesi, di colori infuocati, vistosamente folgoranti, sciabolate, fiamme, fondali torbidi come inchiostro. Ardito è un pittore passionale, il suo è un eroismo cromatico, feroce come la sicilitudine di Guttuso, come il furore infuocato di Sassu. Non c'è spazio per le penombre in questi quadri c'è un manicheismo sanguigno e sanguinario, una ferma volontà di dire pane al pane e di non ingannare.

    Lentamente la Basilicata ha lasciato spazio ad altre realtà geografiche, ad altri panorami. Sono venute le pianure pugliesi, i trulli, le campagne assolate, le controre, le lagune venete. Eppure non c'è un territorio altro, piuttosto una sorta di dilatazione dei confini lucani. La fine del mondo arcaico, la lenta morte della natura e dei panorami preindustriali ha velato ogni cosa. Ora, i luoghi si sono fatti luoghi di dentro, luoghi mentali. La bella campagna dove l'artista ha potuto vivere i giochi adolescenziali, i vigneti dai pampini nuovi, l'odore dell'erba tagliata, le cicale nel sole e le lucciole nel buio, appartengono a una storia svanita e tutta da raccontare. Tra la mente di Michele e le cose si è steso un velo che induce a un silenzio profondo, ma che non ha stemperato i colori, la violenza dei toni.

    Così, la passionalità di Ardito si è fatta angosciosa testimonianza della perduta bellezza, della fine di un'età e di un mondo. Di fronte ai paesaggi ultimi mi ricordo di un altro lucano, un poeta di Montemurro, Leonardo Sinisgalli. Raffigurando la morte della sorella, trapassata in età tenerissima, l'autore di Mosche in bottiglia, Il passero e il Lebbroso e Fiori pari e fiori dispari immagina che la ragazza proceda muta sulla riva assolata di un fiume, i polverosi fiumi lucani, nella luce dell'Acheronte, ma una luce così violenta da abbagliare la mente e la vista." - Raffaele Nigro

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  • TESTIMONIANZE

    "(...) Intanto, senza parlare di 'pugliesità', l'artista è rimasto fedele al suo mondo che è largamente contadino quanto a classe e di ispirazione umanistica, di personaggi della campagna, colti nella loro incidenza con la vita (la sua infanzia in Lucania durante la guerra ne è l'antico avvìo, una memoria che si deforma e si complica col vissuto di adulto, tanto che queste scene all'addiaccio di famiglie sotto la paura delle incursioni aeree diventano poi, per noi che le vediamo cogli occhi d'oggi, gruppi di fuggiaschi dal terremoto, di profughi della miseria).
    Mentre dunque si deve parlare della fedeltà al soggetto che traspare in tutti i lavori di Ardito, possiamo in buona parte di questi festeggiare una vitalità cromatica e segnica in chiave dichiaratamente espressionista: vagamente, per l'empito drammatico del racconto, si può avvertire nella costruzione sommaria di sanguigna pittura, sposata a saldi contorni neri, la lezione di Gino Rossi (dei gouaches) e del primo Rouault, come in 'Figure della terra N.1', dal taglio quasi quadrato, dove nelle pur basse gamme, è presente l'iride intera, in quel felice contrappunto dii scuri e di luci vetrioleggiate in bianco d'argento, un paesaggio di figure, uno sguardo fraterno dentro un'umanità sofferente, eppure solida e legata insieme dall'imperativo della sopravvivenza.(...)" - Marcello Venturoli

    "(...) La ricerca di Michele Ardito rifugge dal messaggio sociale: ne respinge la facile tentazione; i suoi valori si sintetizzano nella coerente rappresentazione di una umanità intessuta di forza, di fierezza e di dolcezza; ne sono testimonianza le donne di Basilicata, sublimate dalla figura della 'Madre della Montagna' nel suo duplice simbolismo: la donna e la montagna; la prima colta nell'universale ed eterno significato della maternità, come cerchio che apre ed alimenta la vita; la seconda come trionfo della natura anch'essa madre di ogni creatura e di ogni germoglio.(...)" - Gustavo Delgado

    "I cieli si aprono sulla montagna per illuminare i contorni e le case antiche, sparse come baluardi, testimoni di storie passate, di grandi attese, di illusioni profonde e di speranze abbarbicate a niente.
    I cieli si aprono e la donna appare, immensa nella sua forza, col ventre fecondo, simile alla terra che effonde germogli a primavera.
    È la madre della montagna che si leva a manifestare la primigenia possanza che fa della donna una leva per sollevare il mondo.
    I tratti sono fermi, decisi, con quel tanto di scavato a significazione delle mille rughe che il quotidiano porta con sé.
    Le braccia stringono il figlio: un gesto eterno, protettivo, sublime. E in quel cerchio delle braccia si racchiude l'umanità che si rinnova ad ogni istante per la sopravvivenza della materia e dello spirito.
    Per esprimere questo dettato, la composizione pittorica è incisiva: le linee delimitano le masse espanse nel colore, in un moto teso verso il cielo che ha un suo peso responsabile, attento, partecipe del tutto.
    La madre della montagna racchiude in sé la trepidante vibrazione, la rigenerazione che consacra, perché la maternità in ogni angolo della terra e sotto qualsiasi latitudine, ha questa sacra funzione: sciogliere, sia pur con dolore, la solitudine che attanaglia l'uomo.
    M. Ardito, con questa grande tela, ha inteso rendere un tributo alla terra che ama, la Lucania, devastata da sempre da immense sofferenze e tribolata dal lavoro duro della campagna che molto spesso non ripaga le fatiche. Ma soprattutto ha inteso fissare nella memoria il perenne discorso della vita che dalla luce e dall'impasto del colore viene esaltata.
    Infatti la madre della montagna sembra dominare lo spazio e i tempi, i sogni e la realtà.
    Ed è in questo la sua vera forza: in questo suo giganteggiare che supera non solo l'orizzonte fisico, ma anche quello che delimita l'estremo confine dell'essere." - Rossella Lovascio , Bari, gennaio 1984

  • Nota Bene

    Questa pagina è un mio personale e gratuito omaggio alla memoria del pittore Michele Ardito, Maestro della pittura in Bari. Le immagini dei dipinti dell'artista  presentate in questa pagina sono state recuperate da cataloghi cartacei, così come pure i testi. Questo sito non è in grado di dare informazioni in merito alle opere tantomeno di mediare alcuna compra/vendita dei dipinti dell'artista.
    Leonardo Basile

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