Federico II, lo Stupor Mundi, si ferma a S. Spirito, davanti a una torre che ha attraversato secoli di storia e di leggende... una storiella dal sapore medievale, a metà tra la ricostruzione storica e la fantasia, con il mare, i pescatori e quella luce particolare che appartiene al nostro borgo marinaro.


Si racconta che, in un giorno lontano del XIII secolo, quando le strade della Puglia erano percorse da cavalieri, mercanti e pellegrini, Federico II di Svevia, imperatore e uomo curioso di ogni sapere, viaggiasse lungo la costa barese.

Non era uomo che si accontentasse di conoscere i luoghi attraverso le mappe dei suoi cartografi. Gli piaceva guardarli con i propri occhi, ascoltare le storie della gente e interrogare chi, per mestiere o per destino, aveva imparato a leggere il mondo senza bisogno di libri.

Quel giorno, il mare era quieto e il vento di tramontana aveva spazzato il cielo da ogni nuvola. Il corteo imperiale procedeva lentamente, quando, in lontananza, apparvero alcune case raccolte intorno a un piccolo approdo e, sul molo di ponente, una torre che sembrava vegliare sulle acque.

Federico ordinò di fermarsi.

«Che luogo è questo?» domandò a uno dei suoi accompagnatori.

«Maestà, è un piccolo borgo di pescatori. La torre che vedete fu detta Castello Saraceno, perché un tempo serviva ad avvistare le navi dei predoni che giungevano dal mare. Oggi la chiamano Torre di Argiro.»

L'imperatore osservò a lungo la costruzione.

«Argiro? Il nome mi è noto. Non fu forse il figlio di Melo da Bari, il ribelle che osò sfidare il potere bizantino?»

«Proprio lui, Maestà. La tradizione vuole che abbia scelto questa torre come avamposto militare per muovere contro Giovinazzo, allora in mano ai Bizantini.»

Federico sorrise appena.

«Curioso destino quello delle torri. Prima guardano il mare per difendersi dai nemici, poi diventano strumenti per attaccare i vicini. E gli uomini, intanto, continuano a combattere per la stessa striscia di terra.»

Smontò da cavallo e si avvicinò alla torre. Non volle essere accompagnato dai dignitari, né dai soldati. Preferì camminare fino alla riva, dove un vecchio pescatore stava riparando una rete, seduto su una barca tirata in secco.

«Dimmi, buon uomo» gli chiese l'imperatore, «che cosa temete di più voi che vivete sul mare?»

Il pescatore sollevò lo sguardo. Non riconobbe subito lo straniero dal mantello elegante, ma gli rispose con la franchezza di chi non ha nulla da guadagnare mentendo.

«Il mare, signore, non lo temo. Lo rispetto. È quando gli uomini arrivano dal mare con le armi che bisogna avere paura.»

Federico rimase in silenzio, colpito da quella risposta.

«E questa torre vi protegge ancora?»

Il vecchio si strinse nelle spalle.

«La torre avverte, signore. Ma non può impedire a nessuno di venire. E poi, quando il pericolo è passato, chi ci restituisce il sonno perduto?»

Si dice che Federico, udendo quelle parole, abbia guardato per qualche istante l'orizzonte. Lui, che disponeva di eserciti, fortezze e leggi, comprese forse che nessun imperatore avrebbe mai potuto comandare al cuore degli uomini di vivere senza paura.

Prima di ripartire, chiese al suo seguito di procurargli una piccola moneta d'argento. La posò sul bordo della barca, accanto alle reti.

«Per il tuo lavoro» disse.

Il pescatore la guardò, poi scosse il capo.

«Maestà, se davvero volete lasciarmi qualcosa, lasciate che i vostri soldati non rechino danno al borgo.»

Federico lo fissò con stupore. Era abituato a ricevere inchini, non condizioni.

Poi rise, di quella risata franca che, si racconta, sapeva sorprendere persino i suoi consiglieri.

«Hai ragione, vecchio mio. La ricchezza di un sovrano non si misura soltanto da ciò che possiede, ma anche da ciò che risparmia agli altri.»

E impartì l'ordine che nessuno disturbasse gli abitanti.

Prima di risalire a cavallo, si voltò ancora una volta verso la torre.

«Conservate questa costruzione» disse ai suoi uomini. «Le fortezze raccontano le guerre, ma i borghi raccontano la vita. E la vita merita di essere ricordata più delle guerre.»

Poi il corteo riprese il cammino lungo la costa, lasciandosi alle spalle le case, le barche e il profilo severo della Torre di Argiro.

Il vecchio pescatore tornò alle sue reti. Soltanto dopo aver visto scomparire l'ultimo cavaliere, si accorse che la moneta d'argento era ancora lì, sul bordo della barca.

La prese, la rigirò tra le dita e sorrise.

«Sarà pure un imperatore» mormorò, «ma almeno oggi ha ascoltato un pescatore.»

Da quel giorno, secondo la leggenda, quando il sole tramonta dietro il molo di ponente e il mare si tinge di rame, qualcuno giura di vedere, per un istante, un cavaliere fermo davanti a ciò che resta della vecchia torre.

E forse, se si tende bene l'orecchio, si può ancora udire la voce di un pescatore che ci rammenta una verità semplice: le torri possono difendere un territorio, ma soltanto gli uomini possono renderlo degno di essere vissuto.

 


N.B. : Il racconto è frutto d'invenzione, non è una testimonianza documentata del passaggio di Federico II a S. Spirito. Anche l'episodio della moneta e il dialogo con il pescatore sono immaginari.