Abito nuovo, salotto televisivo compiacente, intervista confezionata con cura.
L'ennesima rappresentazione costruita a tavolino per alimentare un'immagine
rassicurante di Trottolina, distante anni luce dalla realtà che molti italiani
vivono ogni giorno.
Dopo aver guidato un Paese che, secondo i suoi critici, esce più fragile, più
povero e più diviso, lo sguardo sarebbe già rivolto alla meta più prestigiosa:
il Quirinale. Non il bene comune, ma il prossimo gradino del potere.
Per mesi Trottolina ha accarezzato politicamente il suo presunto "campione della
pace", raccontando la favola della grande mediatrice internazionale. Poi, quando
quella narrazione è crollata sotto il peso degli eventi e delle smentite, ecco
il cambio di copione. Ora toccherà a un nuovo potente di turno, da blandire e
assecondare, se questo potrà garantire consenso, appoggi e voti utili a
consolidare il proprio dominio.
Perché, agli occhi di chi la osserva criticamente, tutto sembra ridursi a
questo: il potere. Sempre e soltanto il potere.
Non una visione per il Paese, non un progetto condiviso, ma la ricerca
incessante dei numeri, delle alleanze più convenienti, delle poltrone più alte.
Un modo di intendere la politica che appare privo di autentico spirito di
servizio e dominato esclusivamente dalla convenienza.
C'è una freddezza che colpisce. Una durezza che molti interpretano come
autentica cattiveria politica: la capacità di sacrificare principi, rapporti e
coerenza pur di avanzare di un passo. Una determinazione che, più che forza,
sembra trasformarsi in cinismo; più che leadership, in spregiudicata volontà di
prevalere.
Chiunque possa risultare utile viene avvicinato. Chi non serve più viene
dimenticato. Le convinzioni sembrano piegarsi alle opportunità del momento.
L'ambizione diventa l'unico metro di giudizio.
La prima donna a Palazzo Chigi avrebbe potuto rappresentare una svolta storica.
Per molti, invece, rischia di essere ricordata come una delle figure più
divisive della storia repubblicana, non per il fatto di essere donna, ma per il
modo in cui ha interpretato il potere.
Potrà anche continuare a raccogliere il consenso di una parte consistente
dell'elettorato. Ma il consenso non coincide necessariamente con il rispetto.
Per molti italiani la politica resta un servizio reso alla collettività, non una
competizione permanente nella quale ogni mezzo è considerato legittimo pur di
restare al comando.
Le parole che in passato le furono rivolte da Silvio Berlusconi - supponente,
prepotente, arrogante e ridicola - vengono oggi ricordate da chi ritiene che
avessero colto aspetti del suo carattere politico che allora molti
sottovalutavano.
E mentre si continua a rappresentare come distante da certe figure della destra
più radicale, il progressivo avvicinamento a personalità come Roberto Vannacci
alimenta, secondo i detrattori, il sospetto che le differenze siano soprattutto
di facciata. Due linguaggi, forse; una medesima cultura politica di riferimento.
Il tempo dirà se queste impressioni saranno confermate o smentite. Ma una
convinzione resta forte in chi la critica: dietro l'immagine accuratamente
costruita di Trottolina non si nasconde una leader animata dal bene del Paese,
bensì una donna che considera il potere non come uno strumento, ma come un fine
assoluto.
