Copertina del volume
  • Category: Saggio
  • Autore/A cura di: Ugo Nespolo
  • Pubblicazione: Ottobre 2026
  • Editore: Skira

Ugo Nespolo. Scritti distopici

Che cosa resta dell’arte quando il prezzo comincia a contare più dell’opera? È una domanda tutt’altro che teorica, soprattutto in un sistema nel quale quadri, sculture e persino intere carriere possono essere trattati come asset finanziari, strumenti di investimento e indicatori di status. È attorno a questa contraddizione che si muove Ugo Nespolo nel suo nuovo libro Scritti distopici, pubblicato da Skira: 224 pagine che raccolgono saggi e articoli scritti tra il 2022 e il 2026 per Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Foglio, Il Giornale dell’Arte e altre occasioni di riflessione.

Nespolo non affronta il tema da osservatore esterno. Artista e intellettuale, protagonista di una ricerca che ha attraversato pittura, scultura, cinema e arti applicate, da anni accompagna al lavoro creativo una riflessione sul sistema dell’arte. E lo fa con un atteggiamento che gli è congeniale: ironico, spesso provocatorio, ma tutt'altro che superficiale.

Il punto di partenza di Scritti distopici è proprio la trasformazione dello statuto dell’opera. Quando un dipinto smette di essere innanzitutto un’esperienza estetica, una forma di pensiero o di conoscenza e diventa una voce di bilancio? Quando il valore di scambio finisce per sostituire quello estetico? E che cosa accade, nel frattempo, alla critica, all’artista e soprattutto al dissenso?

Nespolo non sembra avere dubbi sul fatto che qualcosa nel meccanismo si sia inceppato. Lo aveva già detto in un'intervista del 2025, con una formula quasi programmatica: «L’arte è un incendio e non un investimento». Una definizione che illumina bene anche il senso del nuovo libro: l’arte, per Nespolo, dovrebbe bruciare, disturbare, mettere in discussione; non limitarsi a produrre rendimento.

Il problema è che il mercato contemporaneo tende a parlare un linguaggio diverso. In una precedente intervista Nespolo aveva osservato con sarcasmo la regola ormai implicita secondo cui «ciò che costa vale»: basta attribuire un prezzo elevato a qualcosa perché quel prezzo finisca per diventare una giustificazione della sua stessa esistenza artistica. Da qui la sua critica a un panorama nel quale tutto rischia di diventare indistinto e nel quale la velocità, la spettacolarizzazione e la distrazione possono prendere il posto della ricerca.

È forse questo il paradosso più interessante sollevato dagli Scritti distopici: il mercato non è necessariamente il nemico dell’arte, ma diventa un problema quando pretende di essere il suo principale interprete. Se il successo economico precede il giudizio, il rischio è che la critica si trasformi in una sorta di certificazione del valore già stabilito dal mercato. Il critico diventa allora sempre più simile a un manager, mentre l’artista rischia di trasformarsi in una piccola impresa impegnata a costruire, mantenere e alimentare il proprio valore commerciale.

Nespolo non rimpiange però una mitologica età dell’oro dell’avanguardia. Il suo sguardo è rivolto al presente e, proprio per questo, il titolo del libro assume un significato meno apocalittico di quanto potrebbe sembrare. La distopia non è la previsione di un futuro possibile: è, in qualche misura, la lente attraverso cui guardare un presente nel quale l’arte sembra aver perso parte della sua capacità di incidere sulla vita delle persone.

In un'altra recente intervista, Nespolo è arrivato a sostenere che l’arte abbia ormai perso un ruolo significativo nella vita quotidiana, diventando «un oggetto marginale». È una considerazione forse ancora più radicale di quella sul mercato: il problema non sarebbe soltanto che l’arte costa troppo o che viene mercificata, ma che ha smesso di essere una necessità culturale.

E allora la domanda diventa inevitabile: se l'arte non è più capace di incendiare, provocare, far pensare, che cosa rimane? Forse proprio quella possibilità di dissenso che Nespolo continua a difendere. Un’opera può avere un prezzo, essere comprata, venduta, quotata. Ma il suo significato non dovrebbe essere riducibile alla cifra riportata sul cartellino.

Scritti distopici nasce esattamente da questa inquietudine: non dalla nostalgia per ciò che l’arte è stata, ma dalla preoccupazione per ciò che rischia di diventare. Il volume, introdotto da Marcello Barison e arricchito dalle fotografie in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin e dalle elaborazioni grafiche dello stesso Nespolo, raccoglie così una serie di riflessioni che, pur partendo da fatti, mostre e fenomeni specifici, finiscono per porre una questione molto più ampia: chi decide oggi che cosa è arte e, soprattutto, chi decide quanto vale?

La risposta, suggerisce Nespolo, non può essere lasciata soltanto al mercato. Perché quando il prezzo diventa l’unico argomento convincente, forse non è l’arte ad aver trovato finalmente il proprio valore. È il valore stesso ad aver smesso di avere bisogno dell’arte.

 

Ugo Nespolo è un infaticabile sperimentatore di nuove possibilità creative e opera in un ampio campo di discipline. Laurea in Lettere contesi in Semiologia (UniTo), Diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Torino e Laurea Honoris Causa in Filosofia (UniTo). Nella seconda metà degli anni Sessanta fa parte della Galleria Schwarz di Milano che annovera tra i suoi artisti Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman. La sua prima mostra milanese presentata da Pierre Restany, dal titolo “Macchine e oggetti condizionali”, rappresenta in qualche modo il cli-ma e le innovazioni del gruppo che Germano Celant chiamerà Arte Povera. Nel 1967, a seguito dell’incontro con Jonas Mekas, P. Adams Sitney, Andy Warhol e Yōko Ono, è pioniere del cinema sperimentale italiano, nato sulla scia del New American Cinema. A Parigi Man Ray gli dona il testo per un film che Nespolo realizzerà col titolo Revolving Doors. I suoi film sono stati proiettati e resi oggetto di dibattito in importanti istituzioni tra i quali il Centre Pompidou a Parigi, la Tate Modern a Londra e la Biennale di Venezia. Con Baj, Nespolo fonda l’Istituto Patafisico Ticinese e ad oggi è riconosciuto come una delle maggiori autorità in questo campo. Verso la fine degli anni Sessanta, con Ben Vautier, dà il via a una serie di concerti Fluxus: tra questi, il primo concerto italiano dal titolo Les motset les choses. Sicuro che la figura dell’artista non possa che essere quella dell’intellettuale, studia e scrive con assiduità di discipline e fatti legati all’estetica e al sistema dell’arte. Collabora con continuità alle pagine culturali de “Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Foglio”, pubblica i suoi scritti con Einaudi e Skira. Ha esposto con grande successo in gallerie e musei in Italia e nel mondo.

Marcello Barison, filosofo e scrittore, insegna Estetica presso la Libera Università di Bolzano. Ha insegnato presso numerosi atenei italiani e stranieri, tra cui la Columbia University di New York, l’University of Chicago, l’Università di Buenos Aires e la Jiao Tong University di Shanghai. Oltre a conferenze e pubblicazioni incentrate sulla filosofia continentale del XX secolo, ha scritto sull’arte, la letteratura e l’architettura contemporanee. Tra le sue principali pubblicazioni ricordiamo: La Costituzione metafisica del mondo (2009); L’opera e la terra. La questione dell’arte nel pensiero di Heidegger (2011); “Un sentore di trementina”. Piccola teoria del romanzo (2020); En el umbral de la nada (Buenos Aires, 2023). Ha tradotto per i tipi di Bompiani il volume 90 della Gesamtausgabe heideggeriana: Zu Ernst Jüngere curato per Electa, insieme a Giorgio Agamben e Monica Ferrando, gli Scritti di Marco Vallora. Il suo ultimo lavoro saggistico (Sul Concomitante. Metafisica e tecnica della violenza) è uscito per Meltemi. Ha recentemente pubblicato per Castelvecchi il suo primo romanzo, Il Formicaio.

 



Scheda Tecnica
Titolo: Scritti distopici
A cura di: Ugo Nespolo
Editore: Skira
Lingua: edizione bilingue (italiano-inglese)
Formato: brossura, 15x21 cm
Pagine: 80
Prezzo: 27 €
Codice ISBN: 978-88-572-5569-9

In libreria da autunno 2026