C'è un argomento che tendiamo a tenere lontano dai nostri pensieri, come se ignorarlo potesse renderlo meno reale: la morte.

Viviamo come se il tempo ci appartenesse, rimandiamo parole, abbracci, chiarimenti. Ci comportiamo come se ci fosse sempre un'altra occasione, un altro giorno, un momento migliore per dire a qualcuno quanto sia importante per noi.
Eppure, la vita non ci garantisce appuntamenti. Non ci avverte quando una presenza sta per diventare un ricordo.
Forse è proprio questo il nostro limite: non tanto avere paura della morte, quanto vivere dimenticando che siamo mortali.

La nostra società ci educa a desiderare, accumulare, apparire. Molto meno ci insegna ad affrontare la perdita, ad accompagnare chi se ne va, a stare accanto a chi resta. La morte viene spesso rimossa, nascosta, confinata nel silenzio. E quando arriva, ci trova impreparati, incapaci persino di riconoscere le nostre emozioni.

Non so se esista un disegno superiore, se ogni esistenza abbia un significato già scritto o se molte cose accadano semplicemente per effetto di circostanze che non possiamo governare. Non possiedo risposte definitive e diffido di chi pretende di averle tutte, so, però, che riflettere sulla morte non significa essere pessimisti. Al contrario, può aiutarci a riconoscere il valore di ciò che troppo spesso consideriamo scontato.

Un incontro, una voce familiare, una passeggiata, il mare che cambia colore, una sera trascorsa senza grandi avvenimenti. È proprio nelle cose apparentemente insignificanti che la vita, a volte, rivela la sua bellezza.
Forse non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade, né comprendere sempre il perché delle nostre perdite. Possiamo però provare a non sprecare il tempo che ci è dato, a non lasciare che l'orgoglio prevalga sull'affetto, che l'indifferenza soffochi la comprensione, che le parole non dette diventino rimpianti.

Non occorre credere in un aldilà per riconoscere che siamo fragili. E non occorre conoscere il mistero della morte per imparare qualcosa dalla sua presenza.
Dovremmo parlarne di più, senza superstizioni e senza paura. Non per abituarci a morire, ma per imparare a vivere, perché il tempo non ci appartiene. Ci è soltanto concesso di attraversarlo.

E forse la vera consapevolezza non consiste nel sapere quando finirà il nostro viaggio, ma nel non dimenticare, mentre siamo qui, di essere vivi.