Segnala : Che cos'è l'arte? Una domanda senza risposta definitiva
Definire l’arte è, probabilmente, uno dei modi più sicuri per accorgersi di quanto sia difficile... definirla.
Da quando l’uomo ha tracciato sulla parete di una grotta la
sagoma di un animale, lasciando sulla pietra il segno della
propria presenza, fino alle installazioni, alle performance,
alla videoarte e alle immagini generate dalle nuove
tecnologie, l’arte ha continuato a cambiare volto senza mai
smettere di porre la stessa domanda: che cosa significa
essere uomini?
Forse è proprio questa la sua caratteristica più
sorprendente. L’arte non possiede una definizione immutabile
perché non è qualcosa di separato dalla storia: cambia
insieme all’uomo, ai suoi desideri, alle sue paure, alle sue
convinzioni e persino al modo in cui una società immagina il
proprio futuro.
Nella Grecia antica, per esempio, ciò che oggi chiamiamo
“arte” non era ancora considerato una sfera autonoma
dell’esperienza. La produzione artistica apparteneva alla
più ampia dimensione della téchne, cioè del saper fare. La
tragedia, inoltre, non era semplicemente uno spettacolo: era
un fatto collettivo, civile, quasi politico. Il cittadino
che entrava nel teatro non assisteva soltanto alla vicenda
di Edipo, Antigone o Oreste: attraverso quelle storie
confrontava le proprie paure, le proprie responsabilità e i
conflitti della comunità alla quale apparteneva.
È qui che Aristotele introduce il concetto di catarsi. La
tragedia, attraverso la rappresentazione della sofferenza e
del conflitto, produce nello spettatore una trasformazione
emotiva. L’arte non si limita dunque a mostrare qualcosa:
può modificare chi guarda.
Platone, invece, guardava all’arte con una certa diffidenza: Nella Repubblica il mondo sensibile è già lontano dalla
verità delle Idee e l’opera dell’artista, imitando il mondo
sensibile, diventa in qualche modo una “copia della copia”.
Da questa prospettiva il poeta o il pittore rischiano di
allontanare l’uomo dalla conoscenza autentica.
Ma è sufficiente pensare a un dipinto come L’urlo di Edvard
Munch per capire quanto sia ormai insufficiente considerare
l’arte soltanto come imitazione della realtà. Munch non
riproduce fedelmente un paesaggio: trasforma il paesaggio in
uno stato d’animo. Il ponte, il cielo, la figura umana
diventano quasi la proiezione visibile di un’angoscia
interiore.
E allora forse l’arte non deve necessariamente rappresentare
ciò che vediamo. Può rappresentare ciò che sentiamo.
Aristotele aveva già intuito qualcosa di simile, pur
muovendosi ancora all’interno della concezione mimetica: La mimesis, infatti, non coincide semplicemente con la copia
fotografica del reale: l’artista può selezionare, deformare,
condensare e reinventare ciò che osserva. L’arte può dunque
dire una verità proprio attraverso una trasformazione della
realtà.
Con il passare dei secoli questa relazione tra arte e verità
diventa sempre più complessa.
L’arte è stata celebrazione del potere e strumento
religioso, propaganda e memoria, decorazione e denuncia. Le
piramidi egizie, le statue degli imperatori romani, le
cattedrali medievali, i grandi cicli pittorici commissionati
dalle corti e dalla Chiesa mostrano quanto l’immagine possa
essere utilizzata per costruire consenso, trasmettere
valori, affermare un’autorità.
Ma l’arte è stata anche il luogo della ricerca della
bellezza.
Nel classicismo di Antonio Canova, per esempio, la materia
sembra perdere la propria pesantezza per trasformarsi in
ideale. Le sue figure marmoree sembrano quasi voler
dimostrare che la pietra può diventare carne, movimento,
grazia. Jacques-Louis David, invece, utilizzò la pittura
anche come strumento capace di dare forma visibile a valori
civili e politici.
Con il Romanticismo cambia ancora qualcosa. La perfezione
formale lascia spazio all’interiorità, al sublime, alla
natura, all’inquietudine. L’artista non è più soltanto colui
che sa fare bene qualcosa: diventa progressivamente colui
che possiede uno sguardo particolare sul mondo.
Schopenhauer porterà questa concezione verso una direzione
ancora più radicale. In un’esistenza dominata dal desiderio
e quindi dalla sofferenza, l’esperienza estetica
rappresenterebbe una momentanea liberazione dalla volontà
individuale. Davanti a un’opera d’arte, almeno per un
istante, l’uomo può smettere di desiderare e limitarsi a
contemplare.
Nietzsche, qualche decennio più tardi, rovescerà in parte
questa prospettiva. Per lui l’arte non è necessariamente
fuga dalla vita: può essere, al contrario, una delle forme
più potenti di affermazione della vita stessa. Non serve a
nascondere il dolore, ma può trasformarlo in qualcosa che
sia possibile abitare.
Anche Benedetto Croce, da una prospettiva diversa, sottrae
l’arte alla semplice abilità tecnica. L’opera nasce come
intuizione, come espressione di una dimensione interiore che
trova una forma. Prima ancora della materia, della tecnica e
dello stile esiste dunque un atto dello spirito.
Poi arriva la modernità industriale e il rapporto tra arte e
realtà subisce un'altra trasformazione.
La città moderna, la macchina, la fotografia, la pubblicità,
la produzione industriale e la nascita della società di
massa mettono in crisi l’idea tradizionale dell’opera
d’arte. L’artista non può più ignorare un mondo che corre
sempre più velocemente.
Le avanguardie storiche reagiscono proprio a questa
trasformazione.
Il Cubismo frantuma la prospettiva tradizionale. Il
Futurismo celebra — e contemporaneamente interpreta — la
velocità, la macchina, l’energia della città moderna.
L’Astrattismo libera il colore e la forma dalla necessità di
rappresentare un oggetto riconoscibile. Il Dadaismo arriva
persino a mettere in discussione la necessità stessa di
produrre un oggetto “bello”.
Ed è qui che accade qualcosa di decisivo:
Nel 1917 Marcel Duchamp presenta Fountain, un orinatoio
industriale firmato con uno pseudonimo. Il gesto non
consiste soltanto nel provocare il pubblico: mette in
discussione una delle domande fondamentali dell’arte
moderna.
È l’oggetto a essere arte oppure è il gesto dell’artista a
trasformarlo in arte?
La domanda rimane ancora oggi aperta.
Quando Duchamp sposta un oggetto quotidiano dal bagno al
museo, non cambia materialmente l’oggetto: cambia il
contesto nel quale lo osserviamo. È come se ci dicesse che
vedere non significa soltanto guardare con gli occhi.
Significa anche possedere strumenti culturali attraverso i
quali interpretare ciò che abbiamo davanti.
Kandinskij arriverà, per altra strada, a sostenere che la
pittura può liberarsi dalla rappresentazione del mondo
visibile e parlare attraverso forme e colori. Paul Klee
affermerà che l’arte non deve necessariamente riprodurre il
visibile, ma può rendere visibile ciò che normalmente non lo
è.
Da questo momento l’arte diventa sempre più difficile da
definire.
Può essere un quadro, ma anche un gesto. Può essere una
scultura, ma anche uno spazio. Può essere un suono, una
fotografia, una parola, una performance. Può perfino essere
qualcosa che non possiede una forma permanente.
E allora forse la domanda non dovrebbe essere soltanto “che
cos’è l’arte?”, ma anche “quando qualcosa diventa arte?”
La risposta non può essere affidata esclusivamente alla
bellezza. Ci sono opere artistiche volutamente brutte,
inquietanti, provocatorie, incompiute. Non può dipendere
nemmeno dalla tecnica: un’opera concettuale può ridurre al
minimo la manualità dell’artista. E non può dipendere
soltanto dal consenso del pubblico, perché molte opere oggi
considerate fondamentali furono inizialmente incomprese o
addirittura derise.
L’arte sembra dunque nascere da una relazione: tra chi crea,
ciò che viene creato, chi osserva e il contesto storico e
culturale nel quale quell’opera viene incontrata.
Per questo anche un’opera apparentemente silenziosa può
contenere una quantità enorme di esperienza.
L’artista non parte mai veramente da zero. Porta con sé la
propria infanzia, i luoghi che ha attraversato, gli
incontri, le perdite, le ossessioni, i ricordi, le paure, le
immagini conservate inconsapevolmente nella memoria. Anche
quando crede di dipingere soltanto un colore, probabilmente
sta portando sulla tela qualcosa della propria storia.
In questo senso è interessante la riflessione di Marcello
Mascherini, per il quale l’arte non poteva essere ridotta a
una formula o a una legge universale. La creazione nasce
dall’esperienza personale e proprio attraverso l’esperienza
individuale può raggiungere una dimensione più ampia.
È un paradosso solo apparente: più l’artista è
autenticamente se stesso, più può parlare agli altri:
Un tramonto osservato da due persone non è mai esattamente
lo stesso tramonto. La realtà esterna è identica, ma ciò che
ciascuno vede è filtrato dalla propria memoria.
Forse è proprio qui che l’arte incontra la vita.
Un dipinto può ricordarci una persona che non c’è più. Una
fotografia può riportarci improvvisamente in un luogo
lontano. Una canzone ascoltata dopo molti anni può
restituirci, in pochi secondi, un’intera stagione della
nostra esistenza. Un romanzo può farci riconoscere in un
personaggio che non esiste.
In questi casi l’opera non è più soltanto un oggetto, diventa un luogo della memoria...
Ed è forse questa una delle ragioni per cui la musica
possiede una forza così particolare. Non ha bisogno
necessariamente di rappresentare qualcosa per emozionarci.
Una melodia può attraversare lingue, confini, appartenenze
culturali. Può mettere in comunicazione persone che non
condividono la stessa storia e che non possiedono neppure le
medesime parole.
La musica, osservava Schopenhauer, sembra penetrare più
profondamente delle altre arti nella dimensione essenziale
dell’esistenza. Non descrive semplicemente il mondo: sembra
parlare direttamente alla nostra esperienza interiore.
Ma anche la musica, come ogni altra forma d’arte, può essere
utilizzata in modi molto diversi. Può unire, ma può anche
diventare strumento di propaganda. Può celebrare la libertà
oppure il potere. Può conservare la memoria oppure
contribuire alla costruzione di un mito.
L’arte, dunque, non è automaticamente buona, innocente o
liberatrice...
È una possibilità.
Ed è l’uomo a decidere come utilizzarla.
Nel nostro tempo questa possibilità è diventata ancora più
complessa. La fotografia ha cambiato il rapporto con la
pittura; il cinema ha modificato il modo di raccontare; la
televisione ha trasformato la percezione collettiva;
internet ha cancellato molte distanze; i social network
hanno reso quasi ogni individuo potenzialmente produttore e
distributore di immagini.
Oggi un’opera può essere vista da migliaia di persone senza
che nessuna di esse entri fisicamente in un museo, e persino la distinzione tra artista e strumento sta
diventando più problematica. Le tecnologie digitali e
l’intelligenza artificiale obbligano infatti a ripensare
ancora una volta il rapporto tra intenzione, tecnica, autore
e risultato.
La domanda ritorna, con un vestito nuovo:
se una macchina contribuisce a produrre un’immagine, dove
comincia e dove finisce l’atto creativo dell’uomo?
Non è una domanda completamente diversa da quella provocata
da Duchamp più di un secolo fa. Cambiano gli strumenti, ma
rimane il problema fondamentale: comprendere che cosa
intendiamo quando diciamo “arte”.
Forse, alla fine, non esiste una risposta definitiva.
E forse è proprio questo il punto.
Se l’arte potesse essere racchiusa una volta per tutte in
una definizione, probabilmente cesserebbe di essere quella
straordinaria forma di libertà che le riconosciamo.
L’arte può essere bellezza e inquietudine, ordine e
disordine, memoria e dimenticanza, protesta e
contemplazione. Può nascere da una sofferenza oppure da una
gioia. Può raccontare il mondo oppure inventarne uno
completamente diverso.
Può persino non piacere.
E non è necessariamente un difetto.
Un’opera può disturbare, interrogare, irritare,
scandalizzare. Può costringerci a fermarci davanti a
qualcosa che avremmo preferito non vedere. In questo senso
l’arte non è sempre una consolazione: qualche volta è una
ferita che rimane aperta.
Heidegger sosteneva che nell’opera d’arte accade qualcosa
che riguarda il modo stesso in cui la verità si manifesta.
Non una verità matematica, naturalmente, ma una verità
dell’esperienza: qualcosa che prima era nascosto diventa
improvvisamente visibile.
Forse è proprio questo che chiediamo, consapevolmente o
meno, all’arte.
Non che ci dica come dobbiamo pensare.
Ma che ci faccia vedere.
Vedere ciò che avevamo davanti agli occhi e non avevamo mai
realmente osservato. Vedere un paesaggio, un volto, una
sofferenza, una gioia, una memoria, un conflitto. Vedere noi
stessi attraverso lo sguardo di qualcun altro.
Ecco perché l’arte continua a essere necessaria, e non perché renda necessariamente il mondo più bello, ma
perché può renderlo più leggibile.
Non perché offra sempre risposte, ma perché sa formulare
domande che nessun'altra disciplina riesce a porre nello
stesso modo.
Forse l’uomo ha iniziato a fare arte nel momento stesso in
cui ha sentito il bisogno di lasciare una traccia di sé
oltre la propria esistenza biologica. Quella prima mano
impressa sulla parete di una grotta, migliaia di anni fa,
sembra ancora dirci qualcosa di semplicissimo e insieme
vertiginoso:
io sono stato qui.
Da allora abbiamo costruito templi, dipinto tele, scolpito
pietre, scritto poesie, composto sinfonie, fotografato il
mondo, inventato immagini e trasformato oggetti quotidiani
in opere.
Ma la domanda è rimasta:
Che cos'è l'arte?
Forse è tutto ciò che l’uomo crea quando sente che le parole
ordinarie non sono più sufficienti, forse è il tentativo di dare una forma all’invisibile,
forse è memoria, forse è libertà, forse è semplicemente il nostro modo, fragile e ostinato, di
opporci alla scomparsa.
E se un giorno l’arte dovesse davvero scomparire, forse non
scomparirebbero soltanto i quadri, le sculture, le musiche e
le poesie...
Scomparirebbe qualcosa di più profondo: la necessità
dell’uomo di interrogarsi su ciò che è, su ciò che è stato e
su ciò che potrebbe ancora diventare.cesserebbe di esistere...
J.JRousseau, pensatore solitario
