Sono da sempre del parere che la differenza tra orgoglio e umiltà non sia
soltanto una questione di carattere o di comportamento, ma tocchi qualcosa di
molto più profondo: il modo in cui ciascuno di noi si pone davanti alla vita,
agli altri e, per un credente, davanti al divino o a quell’Assoluto che non
sempre sappiamo nominare. Oltre che rappresentare - l'orgoglio e l' umiltà - due
direzioni opposte dell’anima.
L’orgoglio è separazione, e quando l’io diventa troppo grande, finisce per non
lasciare più spazio a nulla. L’individuo orgoglioso tende a sentirsi
autosufficiente, convinto di essere l’unico artefice del proprio destino.
Dimentica, forse, che prima ancora dei suoi meriti, delle sue capacità e delle
sue conquiste, ci sono la vita, il respiro, gli incontri, le occasioni, persino
il tempo che gli è stato concesso.
Nulla di ciò che siamo, in fondo, nasce completamente da noi... e l’orgoglio,
invece, ci fa credere il contrario. Ci porta a considerarci separati dal resto,
quasi fossimo un’isola che non deve nulla al mare che la circonda.
Ed è proprio qui che, a mio parere, nasce la distanza dal divino: quando l’io
pretende di bastare a se stesso, non lascia più spazio alla Grazia, al mistero,
a qualcosa che ci supera.
Nella tradizione cristiana la superbia è, non a caso, la tentazione originaria:
il desiderio dell’uomo di mettersi al posto di Dio, di non riconoscere più alcun
limite alla propria volontà.
Ma l’orgoglio produce anche un’altra forma di cecità: ci impedisce di
riconoscere negli altri qualcosa di sacro. Quando ci sentiamo superiori,
tendiamo inevitabilmente a dividere: chi merita e chi non merita, chi vale e chi
non vale, chi è degno della nostra attenzione e chi può essere ignorato.
L’umiltà, invece, è connessione.
Non l’ho mai intesa come una rinuncia a se stessi, né come una forma di
debolezza o di sottomissione. Al contrario, credo che essere umili significhi
riconoscere con lucidità ciò che siamo: esseri fragili, limitati, provvisori, e
nello stesso tempo profondamente connessi a qualcosa di infinitamente più
grande.
La parola stessa umiltà, che richiama la terra, mi sembra contenere un’immagine
bellissima. Tornare alla terra significa tornare alla propria misura, smettere
di voler essere ciò che non siamo e accettare di essere parte di un tutto.
Forse è questo il vero significato dello svuotamento dell’ego: non annullarsi,
ma liberarsi di quella parte di noi che pretende di avere sempre ragione, di
controllare tutto, di essere riconosciuta, applaudita, confermata.
Solo quando ci si svuota di certe pretese diventa possibile accogliere qualcosa
di nuovo.
Penso a un vaso: se è già colmo di sé, non può contenere altro. Deve prima fare
spazio.
Ed è proprio qui che, per me, l’umiltà diventa una forma di forza. L’umile non è
colui che si considera insignificante, ma colui che non ha più bisogno di
dimostrare continuamente la propria importanza. È una persona che può
riconoscere i propri limiti senza sentirsi diminuita.
La sua forza non nasce dalla presunzione di poter fare tutto da sola, ma dalla
consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande.
Forse anche la gratitudine nasce da qui.
Dire grazie significa riconoscere che non tutto ci è dovuto. Significa
accorgersi che molte delle cose più importanti della nostra esistenza ci sono
state donate: un incontro, un affetto, una parola, una possibilità, persino una
ferita che, col tempo, ci ha insegnato qualcosa.
L’umiltà è anche imparare ad affidarsi. Non necessariamente a una religione o a
un’immagine precisa di Dio, ma alla consapevolezza che non possiamo controllare
ogni cosa e che, qualche volta, bisogna anche saper lasciare andare. In questo
affidamento, paradossalmente, trovo una forma di libertà.
Se penso all’orgoglio, vedo muri.
Se penso all’umiltà, vedo porte.
Il primo irrigidisce, separa, giudica e ci convince di essere già arrivati. La
seconda, invece, ci mantiene disponibili al cambiamento, alla compassione, alla
meraviglia e al mistero.
Forse l’umiltà non consiste nel pensare di essere meno degli altri.
Consiste nel non avere più bisogno di sentirsi più degli altri.
E forse è proprio quando smettiamo di considerarci il centro di tutto che
cominciamo, davvero, a sentirci parte del Tutto.
