A forza di non ascoltarci finiamo per non riconoscerci più. L'altro non è più una persona da comprendere, ma un'opinione da approvare o da combattere e il dialogo, che dovrebbe avvicinarci, diventa un'altra occasione per dividerci.


Siamo diventati una società in cui ciascuno sente il bisogno di esprimere la propria opinione, raccontare ciò che pensa, manifestare il proprio dissenso, mostrare quanto sa. Ma sempre più raramente siamo disposti a fermarci per accogliere davvero il pensiero di qualcun altro.

Scrolliamo la pagina Facebook e troviamo un'infinità di persone che parlano, parlano... C'è chi pontifica, chi giudica, chi impartisce lezioni, chi cerca approvazione, chi interviene soltanto per contraddire. E quasi tutti sembrano avere qualcosa da dire, pochissimi sembrano avere il tempo — o il desiderio — di capire ciò che gli altri stanno dicendo.

Ma c'è una distinzione fondamentale: ascoltare non significa semplicemente leggere o sentire le parole di qualcuno. Significa concedergli il diritto di esistere anche attraverso un pensiero diverso dal nostro. E qui, secondo me, sta il punto.

Abbiamo trasformato il dialogo in una competizione. Non ascoltiamo per comprendere, ma per prepararci a rispondere. Non leggiamo per arricchirci, ma spesso per trovare qualcosa da contestare. Non cerchiamo un incontro, ma una conferma delle nostre convinzioni... e quando incontriamo un pensiero che ci mette in discussione, anziché soffermarci a riflettere, tendiamo a respingerlo. Come se riconoscere una ragione nell'altro significasse perdere qualcosa di noi stessi.

I social amplificano tutto questo, perché ci offrono una platea sterminata, ma non necessariamente un pubblico disposto ad ascoltare. Possiamo raggiungere centinaia di persone e, nello stesso tempo, non riuscire a entrare in relazione autentica con nessuna.

C'è poi un aspetto ancora più sottile: il silenzio di chi legge, ma non ascolta; di chi passa oltre, senza lasciarsi sfiorare da ciò che ha appena incontrato. Non ogni silenzio è indifferenza, naturalmente. Ma talvolta siamo così impegnati a raccontare noi stessi da non accorgerci nemmeno della presenza degli altri.

Eppure, ascoltare richiede qualcosa che parlare non sempre richiede: umiltà. Bisogna accettare che il nostro pensiero non sia l'unico possibile, che la nostra esperienza non esaurisca quella degli altri, che anche una persona dalla quale non ci aspettiamo nulla possa insegnarci qualcosa.

In fondo, penso che la mia considerazione nasca proprio da questa contraddizione: siamo sempre più connessi, ma rischiamo di essere sempre meno in relazione.

E forse la vera povertà della comunicazione contemporanea non è che abbiamo smesso di parlare. È che abbiamo perso la capacità di lasciarci raggiungere dalle parole altrui. Abbiamo imparato a usare la parola per occupare spazio, non per creare incontro. Parliamo per essere ascoltati, ma raramente ascoltiamo per comprendere. E così, in mezzo a una infinità di voci, ciascuno continua a parlare da solo.

E il dialogo, che dovrebbe avvicinarci, paradossalmente diventa un'altra occasione per dividerci...

J.J.Rousseau, pensatore solitario