Quando il curriculum cresce, ma il percorso no

C’è una domanda che, secondo me, ogni artista dovrebbe porsi prima di accettare di partecipare a un evento, soprattutto oggi che le occasioni espositive sembrano moltiplicarsi continuamente: che cosa mi resterà quando sarà finito?

Non mi riferisco soltanto al ricordo di una giornata, alle fotografie scattate durante l’inaugurazione o alla soddisfazione, certamente legittima, di avere visto la propria opera esposta in una determinata sede. Mi riferisco a qualcosa di più concreto: che cosa entrerà realmente nel mio percorso e continuerà ad avere un significato anche quando quell'evento sarà ormai passato?
È una domanda che considero importante perché ho l'impressione che, nel mondo dell'arte, si sia diffusa una certa forma di “accumulo delle partecipazioni”. Si partecipa a una mostra, poi a un premio, poi a una collettiva, poi a un'altra rassegna, magari a un festival o a un evento internazionale. Ogni volta si aggiunge una riga al curriculum, una fotografia, un attestato, qualche volta un catalogo. E così, lentamente, il curriculum cresce.

Ma cresce necessariamente anche il percorso artistico? Non sempre.

E non lo dico per sminuire il valore delle occasioni espositive, che possono essere importanti e, in alcuni casi, determinanti. Lo dico perché credo che dovremmo imparare a distinguere la quantità delle esperienze dalla loro effettiva incidenza sul nostro lavoro.
Posso partecipare a venti eventi e ritrovarmi, alla fine dell'anno, con venti nuove righe nel curriculum senza che nessuna di quelle esperienze abbia realmente modificato, arricchito o documentato il mio percorso. Oppure posso partecipare a due sole iniziative e ritrovarmi, qualche mese dopo, con una pubblicazione seria, una documentazione accurata delle opere, un testo critico, nuovi rapporti professionali e soprattutto una testimonianza concreta di ciò che ho fatto.
Quale delle due situazioni ha prodotto maggiore valore? Credo sia questa la domanda che dovremmo porci, invece di lasciarci affascinare soltanto dal numero delle partecipazioni.

A volte ho la sensazione che alcuni curriculum artistici assomiglino più a una raccolta punti che alla storia di un percorso. Decine e decine di partecipazioni elencate una dopo l'altra, magari accompagnate da titoli altisonanti, sedi prestigiose sulla carta e fotografie di inaugurazioni. Tutto può sembrare importante se presentato nel modo giusto.
Ma quando provo a leggere quelle esperienze in prospettiva, mi chiedo: qual è il filo che le unisce? Che cosa raccontano veramente dell'artista?
Perché un curriculum, a mio parere, non dovrebbe limitarsi a dimostrare che siamo stati presenti in molti luoghi. Dovrebbe aiutare a capire che cosa abbiamo cercato, che cosa abbiamo prodotto e come si è sviluppata la nostra ricerca.

Essere stati presenti in cinquanta manifestazioni non significa necessariamente avere costruito un percorso più solido di chi ne ha fatte dieci. Allo stesso modo, ricevere un attestato di partecipazione non equivale a ricevere un riconoscimento critico, così come comparire in un catalogo non significa automaticamente essere stati selezionati sulla base di un particolare merito artistico.
Sono differenze che possono sembrare sottili, ma che, quando si parla di curriculum, diventano importanti.
E penso che un artista debba essere il primo a rispettarle, evitando di trasformare ogni partecipazione in qualcosa di più grande di ciò che realmente è stata.

È questo il motivo per cui guardo con una certa diffidenza al fenomeno che definirei, forse un po' provocatoriamente, delle “partecipazioni a pioggia”: quelle occasioni nelle quali sembra che la cosa più importante sia riuscire a esserci, indipendentemente dal fatto che quell'esperienza abbia una reale relazione con il proprio percorso.

Non mi interessa stabilire se un determinato evento sia importante oppure no. Ognuno farà le proprie valutazioni e ogni artista ha esigenze, ambizioni e situazioni differenti. Quello che mi interessa è un altro aspetto: la capacità di scegliere.
Perché dire sì a tutto non significa necessariamente avere più opportunità. A volte significa semplicemente non avere un criterio per selezionarle. E credo che, soprattutto per un artista che lavora seriamente sulla propria ricerca, questa selezione sia fondamentale.

Prima di accettare una partecipazione, dovremmo chiederci se quell'iniziativa ci offre qualcosa che abbia realmente a che fare con ciò che stiamo facendo. Non necessariamente notorietà o vendite: anche un confronto, una documentazione, una pubblicazione, una lettura critica, un incontro significativo possono essere motivi sufficienti. Ma qualcosa dovrebbe rimanere. Che cosa resta quando l'evento finisce?

Immagino due eventi apparentemente simili. In entrambi espongo un'opera, incontro altri artisti, partecipo all'inaugurazione e, qualche giorno dopo, torno nel mio studio.
A distanza di sei mesi, però, la differenza può essere notevole: Del primo evento potrebbe essere rimasto soltanto il ricordo della partecipazione e qualche fotografia sul telefono. Del secondo, invece, potrebbe esserci un catalogo consultabile, una scheda dell'opera, una documentazione fotografica professionale, un testo critico, una pubblicazione o semplicemente una testimonianza precisa e verificabile della mia presenza.
Non significa che il secondo evento sia necessariamente migliore in assoluto. Significa che ha prodotto una traccia. E io credo che questa traccia abbia un valore. Perché l'artista non costruisce soltanto le proprie opere: costruisce, volente o nolente, anche la memoria del proprio lavoro.

Oggi posso ricordare perfettamente dove ho esposto un'opera. Tra dieci anni potrei non ricordare più la data esatta, il titolo della manifestazione, chi l'ha organizzata o quali altre opere fossero presenti. Se non esiste una documentazione, quell'esperienza rischia lentamente di dissolversi. Ed è proprio qui che la documentazione assume un significato che va oltre il semplice curriculum.

Non tutto ciò che viene certificato acquista valore Non ho nulla contro gli attestati, i cataloghi o le pubblicazioni. Al contrario, penso che possano essere strumenti utilissimi. Ma bisogna attribuire a ciascuno il giusto peso: Un attestato può certificare una partecipazione. Un catalogo può documentare la presenza di un'opera. Una pubblicazione può testimoniare un'attività. Una recensione può offrire una lettura critica. Un premio può rappresentare un riconoscimento.
Sono cose diverse e, proprio perché sono diverse, non dovrebbero essere presentate come se avessero tutte lo stesso significato.

Mi sembra una questione di correttezza prima ancora che di strategia. Del resto, non credo che un curriculum debba impressionare a tutti i costi. Preferisco che sia credibile, leggibile e soprattutto capace di raccontare qualcosa.

Un curriculum gonfiato può forse attirare l'attenzione per qualche minuto. Un percorso coerente, invece, può continuare a parlare dell'artista anche dopo che il curriculum è stato chiuso.
Con il tempo, quindi, ho cominciato a guardare le opportunità espositive con un criterio leggermente diverso. Non mi interessa più soltanto sapere dove sarò presente, ma anche perché dovrei esserci e che cosa quella presenza potrà lasciare. È una differenza apparentemente piccola, ma cambia molto il modo di scegliere. Perché alla fine un evento dura un giorno, una settimana o magari qualche mese. Il mio lavoro, invece, dovrebbe continuare a esistere oltre quell'arco temporale. E se una partecipazione non lascia assolutamente nulla, se non una riga in più nel curriculum, forse vale la pena chiedersi se quella riga fosse davvero necessaria.
Non è una questione di snobismo e nemmeno di voler stabilire quali eventi siano degni e quali no. È semplicemente una questione di consapevolezza. Non tutto ciò che posso fare devo necessariamente farlo. E questo, per un artista, credo sia un principio importante. Perché un percorso non si costruisce soltanto attraverso le opportunità che accettiamo, ma anche attraverso quelle che decidiamo di non accettare.

Alla fine, quindi, quando mi trovo davanti a una nuova proposta, cerco di non chiedermi soltanto: “Dove espongo?” o “Chi ci sarà?”. Cerco di chiedermi soprattutto: “Che cosa resterà di questa esperienza quando sarà finita?”

Se la risposta è una pubblicazione, una documentazione seria, un confronto significativo, un nuovo rapporto, una lettura critica del mio lavoro o semplicemente qualcosa che possa contribuire a rendere più chiara la storia della mia ricerca, allora quella partecipazione può avere un senso.
Se invece l'unico risultato concreto è poter aggiungere un'altra riga a un curriculum già pieno di righe, forse non è poi così importante. Perché, alla fine, non credo che un artista debba dimostrare di essere stato ovunque. Credo debba riuscire a dimostrare di avere qualcosa da dire.

E tra un curriculum interminabile e un percorso riconoscibile, personalmente, sceglierei sempre il secondo.

J.J.Rousseau, pensatore solitario